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Nel 1985 la legge Galasso fu la prima legge di tutela dell’Ambiente e del Paesaggio. La sua applicazione non avrebbe portato ai disastri attuali al sud come al nord. I condoni di costruzioni abusive, il tagliato alberi sulle colline ed in pianura, la tombazione di canali e la cementificazione degli argini di fiumi e torrenti, provocano disastri come quello della valle del Crati nel febbraio di questo 2026. I piani paesaggistici regionali diventavano una obbligatorietà e davano un limite alla edificabilità nelle aree alpine al di sopra dei 1600 metri, nelle aree appenniniche al di sopra dei 1200 metri, ed ancora impediva la cementificazione a meno di 300 metri dalla riva di mari e laghi, 150 metri dalle sponde di fiumi e torrenti, sui vulcani. Questo già definisce che esistono delle aree intoccabili. Ma qui vogliamo parlare di Calabria.

I cicloni Harry a gennaio e successivamente Nils e Ulrike a febbraio hanno causato danni ingenti per oltre 2 miliardi di euro, in particolare all’agricoltura e alle infrastrutture. Le tempeste hanno provocato piogge torrenziali (fino a 584 mm in 48 ore) e mareggiate devastanti su gran parte del territorio, specialmente sul versante jonico e tirrenico.
A seguito dell’alluvione che ha colpito la Sibaritide, la Procura di Castrovillari ha aperto un’inchiesta sull’esondazione del fiume Crati, puntando a verificare eventuali responsabilità nella manutenzione delle opere idrauliche e nella gestione del territorio, con focus su possibili ritardi o omissioni. Il disastro ha sollevato pesanti critiche per una presunta inerzia politica pluriennale.
Per quanto le indagini possano portare a responsabilità ben precise, resta il fatto che il territorio non è protetto. In montagna il taglio indiscriminato di foreste, il consumo di suolo con i grandi impianti solari a terra su terreni agricoli produttivi, gli impianti eolici, che hanno di fatto una “scarsa efficienza produttiva, elevati costi economici e rilevanti impatti negativi sul paesaggio e sugli abitanti delle aree interne”, contribuiscono alla possibilità che le acque meteoriche generino queste tragedie ecologiche ed umane.
Transizione energetica e dissesto idrogeologico: la Sibaritide tra emergenza e abbandono istituzionale
Un piano di transizione energetica a “consumo di suolo zero”, basato sull’installazione diffusa di impianti fotovoltaici su superfici già antropizzate—tetti, aree dismesse, cave e infrastrutture—e sul potenziamento delle comunità energetiche rinnovabili (CER), potrebbe rappresentare una svolta non solo per la sostenibilità, ma anche per la tutela di un territorio martoriato come quello della Sibaritide. Qui, l’ultima alluvione non viene considerata solo una calamità naturale, ma il risultato di decenni di negligenza e mancati interventi strutturali. A denunciarlo sono i sindaci dei comuni colpiti, che puntano il dito contro la gestione inefficace dei fondi e l’assenza di manutenzione delle opere idrauliche.
Al centro delle critiche, il fiume Crati e il suo affluente Coscile, le cui esondazioni hanno devastato i laghi di Sibari, la frazione di Lattughelle, Ministalla e altre aree lungo il corso d’acqua. Le inondazioni hanno causato accumuli anomali di acqua stagnante, rischi sanitari legati alla dispersione di sostanze inquinanti e danni irreversibili all’ecosistema locale. Un disastro annunciato, secondo le amministrazioni, che avrebbe potuto essere evitato.

I numeri dell’abbandono
Nel 2014, il Master Plan per la messa in sicurezza del territorio prevedeva investimenti per 600 milioni di euro, mai spesi. Dopo l’alluvione del 2018, erano stati stanziati 8 milioni di euro per il rafforzamento dell’argine destro del Crati, con fine lavori prevista per il 2021. Nonostante le promesse, i cantieri non sono mai partiti. Oggi, a distanza di anni, la Sibaritide paga il prezzo di una pianificazione inefficace e di una burocrazia lenta, mentre le comunità locali chiedono risposte concrete: quando e come verranno utilizzati i fondi già disponibili? E soprattutto, basteranno a prevenire nuove tragedie?
La domanda che si pongono i cittadini è semplice: quante altre alluvioni serviranno prima che la Regione Calabria intervenga davvero?

La Sibaritide resiste sotto il cielo aperto.
Le sue genti, ancora una volta, stringono tra le mani la terra che li tradisce e li abbraccia. Le case, ventri squarciati dall’ira del fiume, vomitano ricordi: mobili gonfi d’acqua, specchi che non riflettono più volti ma solo il grigio del cielo. Materassi sfatti, reti arrugginite, bombole vuote come promesse—tutto è offerto al sole, in un’ostensione di vite private divenute improvvisamente pubbliche. La piana, solcata da strade che sembrano vene, pulsa di oggetti abbandonati: relitti di un naufragio senza mare.
Angelo, le mani nodose strette ai manici della carriola, svuota fango e parole. “Forse avremmo dovuto restare in Sila,” mormora, ma la voce si spegne prima di finire. Lì, tra i boschi, la montagna è ormai un regno di estranei, gente che calpesta senza pudore persino le pietre dei nonni. “Anche loro hanno diritto a vivere,” sussurra, come a scusarsi con qualcuno che non c’è. Poi si volta, perché il lavoro non perdona: stanotte dormirà in parrocchia, su una brandina di legno, con la moglie accanto e i nipoti a pochi passi—un accampamento di anime in attesa che la terra smetta di tremare.
Tra la rabbia che brucia e la rassegnazione che pesa, resta solo il silenzio di chi sa che la vita, anche quando si frantuma, chiede comunque di essere vissuta.




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