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Mannequin. Nessun giudizio ma solo percezioni

In principio c’erano gli atelier, laboratori d’arte in cui le mani dei sarti modellavano capi unici e le modelle non dovevano far altro che essere mannequin, sagome in carne e ossa per
mostrare le creazioni alle clienti. Non era richiesto nessun personalismo, nessuna movenza seducente e nemmeno una particolare avvenenza a queste prime modelle di inizio „900,
almeno fino alla comparsa di Coco Chanel sulle scene che scelse di far indossare i propri capi a ragazze bellissime, e l’operazione si rivela vincente inventando una donna differente.

Ma quanto è cambiata la percezione sulla donna da parte di chi su di essa poggia abiti quasi irraggiungibili? Quanto sono state incisive in questo mondo le decisioni delle donne
piuttosto che quelle del mercato? All’inizio del nuovo millennio negli USA e in gran parte dell’Europa, si faceva a gara a chi sosteneva la tesi dell’ormai avvenuta “Uguaglianza di genere” .

Si sosteneva e si sostiene ancor oggi che le giovani donne non avevano più bisogno del femminismo perché il capitalismo offriva a tutte loro un futuro fantastico, brillante e raggiungibile basato sull’avvento di una prosperità crescente. Ma queste promesse sono state disattese e l’illusione distrutta. Il mito del progresso capitalista, il mito delle giovani donne ed uomini che avrebbero avuto migliori opportunità è stato sfatato dalle conseguenze della crisi economica del 2008.

La classe lavoratrice (Neutra per definizione) e anche la classe media affronta un mondo che non è in grado di soddisfare le aspettative. La disoccupazione è diventata di massa, il lavoro precario a basso salario dilaga grazie anche ai tagli ai servizi pubblici e diventa una chimera poter pensare ad una vita di “Famiglia” per una reale difficoltà di potersi permettere un tetto sotto il quale poter vivere dignitosamente.

L’aumento di guerre e conflitti milioni di persone sono costrette a rischiare la vita lasciando la propria casa. Per quello che riguarda le donne si aggiunge a questa situazione la discriminazione di genere radicata nella società. Discriminazione che prima di tutto ha ripercussioni sulle condizioni materiali delle donne, quelle stesse che permetterebbero loro di essere pienamente emancipate. In media le donne oggi guadagnano fra il 10% e il 30% in meno degli uomini.

Inoltre la discriminazione di genere in alcuni paese è addirittura normalizzata se si pensa che in alcuni casi, come in Russia, la violenza domestica è stata parzialmente depenalizzata. La crisi economica si abbatte anche sulle strutture istituite per garantire un minimo di sicurezza alle donne oltraggiate. Nella gran Bretagna del dopo Brexit, 30 case rifugio sono state chiuse per mancanza di fondi e conseguentemente, vista l’impossibilità di avere una casa per via degli alti costi degli affitti, è diventato difficile per molte donne fuggire dalla condizione di ricatto a cui sono sottoposte.

Lo sfruttamento della donna nella moda inizia con la figura delle baby modelle dove spesso l’ipersessualizzazione dei bambini è sempre dietro l’angolo. Questo è il mondo della moda in cui non si deve superare il metro e trenta d’ altezza, perché poi si diventa fuori taglia e gli abiti junior non vestono più bene. Questo lavoro, perché di questo si parla, viene fatto passare dalle case di moda e dai genitori, come un gioco che porta bambine di 7 anni ad affermare che ci sente bene con quei vestiti addosso, che basta fare quattro mosse con le mani sui fianchi per avere tutti gli occhi ed i flash in faccia.

La moda definisce le regole come il Capitale. Le regole sono rigide e chi si rifiuta è fuori ma solo dopo essere sfruttato almeno un pò. E così quello che è passato sul corpo delle donne nella moda oggi sta passando sul corpo delle bambine. E’ qualcosa che passa per delle labbra lucide, delle guance rosa, un filo di ombretto, un filo di mascara. Che passa per scatti che ritraggono bambine in pose seduttive, o con abiti adulti. È quella cosa che fa assomigliare alcune bimbe a giovani donne, a donne in miniatura, e che va a battesimo come iper sessualizzazione.
Le movenze sensuali e veloci delle mannequin sulle passerelle pare si annullino quando le luci sono spente. Il retro di una sfilata , la zona vietata, rivela ben altro. Qui vedi ragazze in preda alla tensione a volte al panico perché sottoposte a ritmi velocissimi e il seno non vuole restare dentro il vestito e le coppe in silicone non ce la fanno a restare su. Ore passate a farsi spennellare il viso con polveri e matite colorate che disegnano occhi da felino. Scarpe altissime che sanno gestire perché hanno speso tanti soldi per una scuola di portamento che ha garantito loro un successo certo.
La vita da modella non è facile perché rischia di essere quella di un manichino senza ne anima ne cuore. E’ invece certo, per la stragrande maggioranza delle donne mannequin, che non diventeranno mai Top Model. Può essere affascinante guardarla questa figura sulle copertine delle riviste patinate ma quella esistenza presenta delle criticità che non possono essere sottovalutate. Dietro lustrini e paillettes, belletto e profumo, possono esserci ostacoli, sfruttamento economico, body shaming, disturbi alimentari e molestie sessuali. In molte invidiano la vita da modella perché forse si ignorano certe dinamiche che sono state raccontate da molte di loro che hanno avuto la forza di opporsi al sistema alta moda come meta da raggiungere.

Una carriera che è spesso ritratta come una fiaba, nasconde solo fumo e niente arrosto. Dietro la facciata della bellezza e del lusso esiste una negata carriera, una esistenza da sfruttata con conseguenti problemi mentali sorti da una mancata soddisfazione delle intime aspettative. Alcune delle ragazze che ho conosciuto in questi tre anni di lavoro dietro le quinte, si sono rivelate alla mia macchia fotografica molto insicure. Lo stile di vita che conducono viene giustificato dalla necessità di un reddito precario che svanisce inevitabilmente nelle tasche dei procuratori, agenzie e di tutto il sistema affaristico del beauty. Sono normali i tentativi di cambiamento estetico. Diventa quasi necessario, ad un certo punto nella vita da mannequin, sottoporsi a costosi interventi di chirurgia estetica che il sistema ha nuovamente denominato non più come plastica ma come ritocchini. Su cento di queste donne solo una piccolissima parte diventa una top model, ma raramente scopriamo cosa queste persone hanno affrontato durante la gavetta e anche successivamente. Molte di loro hanno perso denaro e, cosa ben più grave, hanno subito umiliazioni e costrizioni a volte nascoste.
I continui debiti che alcune di loro hanno dovuto sostenere per restare sulla passarella a volte hanno portato a vere e proprie depressioni sfocianti in stati di ansia a cui si mette riparo con le sostanze che in alcuni di questi ambienti sono necessari per mantenere alta la percezione di se. Gli attacchi di panico derivati da questi stati di inadeguatezza a volte portano queste donne verso la decisione di mollare tutto. Ma non è semplice perché, se legate ad una agenzia con un contratto rischiano azione di rivalsa legale e allora si continua con il malessere che le porta via.

In questo ambiente del fashion provinciale, ho conosciuto il body shaming. Deridere qualsiasi aspetto fisico non consono al lavoro da modella è una tendenza molto consueta.
La si deride perché troppo grassa, troppo magra, troppo pelosa, per la piccolezza o grandezza del seno, umiliate ai casting e trattate come un oggetto da lavoro. La maggior parte delle modelle che conosco hanno anche ricevuto pressioni per perdere peso. Perdere i centimetri richiesti dallo stilista per quella collezione o perdere il lavoro. Mai si mette in dubbio la creatività dello stilista. Un abito nato con una vita grande pochi centimetri deve essere indossato da una taglia adeguata. Alcune di loro hanno sofferto di disturbi alimentari e conseguente dismorfia. Questa condizione psicologica porta a fissarsi su una caratteristica o su più caratteristiche del proprio aspetto esteriore. Si amplificano le imperfezioni o difetti che per altre persone appaiono minimi o inesistenti. Fra le ragazze che calcano le passarelle quelle più a rischio sono le adolescenti. Ancor più grave e presente fra quelle che vengono stimolate negativamente da genitori che sostengono oltre modo la presunta carriera delle proprie figlie non consapevoli che questa ricerca della perfezione in quell’età può essere una
condizione angosciante.

Le proposte di guadagno facile sono all’ordine del giorno. Spesso i casting vengono svolti in camere di albergo in cui il letto prende il posto del set fotografico e le proposte si
trasformano in offerte di lavoro in posti esotici come escort. La vulnerabilità di alcune di queste donne è sempre determinata da una necessità economica o da una illusione che per
avanzare in carriera, avere più abiti, più lusso, più oggetti e diventare esse stesse parte del sistema di sfruttamento come donna e come lavoratrice. Altre invece accettano il
compromesso e lo rivendicano come scelta politica.
“Il mercato vuole il mio corpo e a me fa piacere farlo. Mi presto volentieri perché vengo gratificata e soprattutto perché fra qualche anno non avrò più la freschezza per poterlo
fare. Metto da parte i soldi che mi possono servire quando avrò trent’anni”.
Perché a trent’anni si è già vecchi.

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