Ernesto Boccucci

Il mio compito è cercare, documentare, archiviare ma prima di tutto tramandare


La fotografia, fin dalla sua nascita, è la disciplina favorita da chi ha una gran paura di smarrire informazioni e timore del trascorrere del tempo. Da fotografo spesso mi rendo conto che documento e conservo il vero appena passato rappresentando però solo una frazione di realtà. Ad ogni scatto registro solo quello che ho deciso di mantenere inalterato nel tempo escludendo tutto ciò che è al di fuori del mirino, tutto quel che è stato prima del tempo di posa impostato. E’ la scelta del momento che fa la differenza nell’esecuzione della foto ma altrettanto importante per la sua narrazione è scegliere uno strumento che possa ben descrivere quello che non ho rappresentato ma solo vissuto in prima persona magri con la scrittura, la voce o semplicemente il silenzio. Doisneau, Bresson, Terzani e tanti altri grandi della fotografia hanno sempre adottato questa pratica ma Diane Arbus più di tutti ha fatto sua l’idea che “alcune cose non vengono viste nella loro intima essenza se prima non vengono fotografate”

Il prima taciuto

Forse per questo ho deciso di fotografare il professor Ernesto Boccucci di Gioiosa Marina. Una prima telefonata e poi una seconda e poi ancora una terza a cui è seguito l’appuntamento. Mi avevano parlato di lui come la memoria storica fotografica del paese e mi raccontavano di un luogo in cui si ritirava per dedicarsi al suo hobby preferito: La ricerca di testimonianze. Cartoline, fotografie, disegni, poesie, pagine di giornali in cui si narrava di avvenimenti epocali come la grande raccolta di olive in quel determinato anno o il necrologio di un uomo ben voluto in paese.

Ci incontrammo vicino ad un grande e frequentato bar sulla statale 106 ma il Professore si diresse con passo sicuro verso il suo bar. Bevuto il caffè e, solo dopo aver acceso un sigaro, mi guido verso la stanza del tempo.

Entrammo nel cortile di una grande casa e poi giù per una rampa morbida entrammo in una sala enorme. Sotto un telo si intravedevano macchine da falegname. In fondo al locale un grande tavolo con una libreria a vetri piena di mille cose e poi una scaffalatura in metallo grigio carica oltremodo di raccoglitori in cartone sembrava frazionasse il tempo passato scandendo gli anni a colpi di pennarello nero indelebile. Alle pareti fotografie incorniciate da un legno caldo.

Ho sempre pensato che le cornici alle foto confinino un immagine, la isolano dal resto. Si distanzia il prima dal dopo. Se non mi fossi soffermato su ogni singola foto, raccontando la storia di un luogo o di quella donna ritratta, queste immagini rimarrebbero che fotografie di sconosciuti

La stanza del tempo

Sala espositiva, falegnameria, archivio –

Tutto è ordinato. Il grande tavolo di lavoro è esso stesso un’ inquadratura. Gli elementi disposti su di esso sembra rispondano alla regola dei terzi ed infatti la mia attenzione si muove sul quel tavolo seguendo la corretta intersezione fra punti e linee. Quel posto mi è apparso subito come una opportunità di conoscenza regalata a chi ne abbia voglia coglierne l’intrinseco valore. Qui si trova di tutto ma sopratutto la storia di un territorio, le vicende e le vite appartenute ad uomini e donne comuni ma speciali. Ci sono gli avvenimenti ed i mutamenti di un terra che nel tempo trovano giustificazione solo nell’affermazione che purtroppo sento spesso:

Il genere umano distrugge tutto. Anche le cose belle. Io invece raccolgo le immagini che hanno segnato la vita di questi luoghi e che è giusto conservare e tramandare

Parlando con il Professore è come se parlassi con tutti i fotografi del mondo. Ho la percezione netta di aver appena scoperto la motivazione che mi ha portato fin qui. Non c’è dubbio che io sia uno di quegli umani che non riesce ad accettare l’inesorabile fluire degli eventi. Ho la certezza, parlando con lui, di essere ossessionato dalla necessità di tenere sotto controllo quelle parti di realtà che si sviluppano intorno a me e forse per questo ho una relazione vitale con la fotografia. Sono oltremodo sicuro che fotografia è anche quella che sta prima e dopo dello scatto. Sono tutte quelle frazioni di secondo in cui abbiamo deciso di non scattare. Quei momenti che generano relazioni e non solo futili inquadrature. Forse il vero scatto utile è quello che rimane fuori dall’inquadratura.

– Il tempo

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