San Giovanni Therestis, un restauro per l’integrazione

Arrivo al Monastero di San Giovanni Therestis dopo circa 15 giorni dall’ultimo servizio a Bivongi (Rc). Prima di salire in cima all’altura su cui fu costruito nell’XI° secolo questa aghiasma o fonte battesimale, passo in paese a prendere un caffè e sulla porta del bar affisso al vetro una copia del servizio di Alessandro Luongo con le mie foto pubblicato su Corriere della Sera. Fin da ragazzino, almeno un paio di volte all’anno, venivo a Bivongi per immergermi completamente nella natura in cui è avvolto il paese aspromontano e per gustare cibi antichi che solo qui si possono assaporare. Il monastero sovrasta la valle dello Stilaro e, proprio in questa vallata, visse nel IX° secolo il santo a cui è dedicato. Il Luogo di culto nacque bizantino, crebbe e si sviluppò normanno, divenne punto di riferimento culturale e spirituale fra i tanti monasteri basiliani presenti in questo territorio. La decadenza però era in aggiuato e con quella, l’abbandono alla barbarie che portò il luogo sacro ad essere stalla, frantoio e abitazione. I monaci si spostarono nella vicina cattedrale di Stilo e solo nel 1900 Paolo Orsi ne capì l’importanza storica senza poterlo però tutelare. La rinascita del monastero ebbe inizio con l’arrivo di alcuni monaci del monte Athos.  Iniziarono a farlo rivivere  e a renderlo nuovamente centro non solo per la comunità locale. il Luogo, abitato e frequentato, divenne finalmente tutelato. La Soprintendenza attua un piano di restauro della struttura e delle magnificenze in esso presenti.

Il cantiere 

Panoramica
Bivongi (Rc) Italy

Il luogo è di per se un santuario della natura. Su un costone che separa la valle dello Stilaro da quella dell’Assi, il monastero. Suoni di cesoie da potatura e rumori lontani di pascolo interrotti, varcato l’arco di ingresso del monastero, dal ritmo cadenzato  di una trowel mentre impasta una malta in un secchio. Mi affaccio e al saluto mi rispondono tre donne con la tuta bianca. Intento a suonare la cazzuola nel secchio un signore che non distoglie l’attenzione dall’impasto. Chiedo del direttore del cantiere e una di loro mi dice che era stata avvisata del mio arrivo ma ancora Pino Mantella non era arrivato. Ingenuamente domando se avessi potuto iniziare a scattare qualche foto e con timore mi dice che sarebbe il caso di aspettare il responsabile. Poco dopo esce dalla chiesa per dirmi che Pino sta per arrivare e allora la trattengo in questo meraviglioso cortile per fare quattro chiacchiere. Scopro che si chiama Flavia e che viene da Laino Borgo. Laino sta su su su in cima alla Calabria, quasi in Basilicata. Sovrasta il fiume Lao punto di riferimento per chi ama il trekking e il torrentismo. Una donna proveniente da un piccolo borgo storico che restaura una meraviglia di un altro piccolo borgo. Mi intriga questa cosa. Sembra, a volte, che ci sia affinità fra alcune persone e alcuni luoghi. Un gioco ineluttabile del destino che porta ad incontrarsi perché si è funzione uno dell’altro. Flavia indossa guanti di nitrile viola e una sciarpa etnica al collo. Mi parla degli intonaci e di come ha sentito quel posto appena ha varcato quella soglia. Lo fa col cuore questo lavoro, si sente da come ne parla e da come modula l’intensità della voce a seconda di quello che mi descrive. Infatti man mano che lei va avanti rimpiango di non esserci stato io in quel momento. L’emozione che ho in acqua quando esploro un posto mai visitato la rivivo ora mentre Flavia mi parla della sua prima volta a San Giovanni Therestis. L’esplorazione di noi stessi è quello che più intriga in questo lavoro. E’ emozionante riuscire a riprendere il momento esatto in cui nasce il sentimento. E’ proprio in quel 125° di secondo che spero di catturare il soul.

Un progetto di unificazione

Seguire alcune fasi del restauro nella chiesa del monastero di San Giovanni Therestis è cosa non da poco e oltrepassare il cartello di divieto di accesso ai non addetti ai lavori  accompagnato da Giuseppe Mantella è ancora più emozionante. Giuseppe, Pino per chi come me lo ha conosciuto fin dai tempi del liceo, è senza dubbio uno dei massimi esperti di restauro presenti sul territorio nazionale e richiestissimo anche fuori dai confini nazionali. Tanti progetti portati a termine e tanti frammenti di storia messi a disposizione della collettività. Fra questi mi piace ricordare molti restauri dei dipinti  di  Mattia Preti, il gruppo monumentale del Cavaliere di Marafioti ospitato nel Museo Archeologico di Reggio Calabria,  Cristo Nero di Terranova Sappo Minulio, il maestoso Drago di Kaulon che con i suoi venticinque metri quadrati di superficie è il più grande mosaico risalente all’epoca ellenistica mai ritrovato in Italia sono il suo biglietto da visita. Giuseppe Mantella dirige i lavori di restauro del complesso e mi fa da cicerone in questo luogo di storia. Il tentativo di questa squadra di restauro è si il recupero delle opere d’arte ma anche quello di creare un opportunità culturale per due culture che per troppo tempo sono state una in contrapposizione all’altra: la cultura cattolica ortodossa e quella cattolica romana. 004-monastero-san-giovanni-therestis-bivongi-rc-restauro-a-cura-di-giuseppe-mantellaQuesto posto San Giovanni Therestis, il santo mietitore, può diventare un ponte che unisce l’Europa verso est. Qui quotidianamente si celebrano matrimoni, battesimi. La foltissima comunità rumena presente in Italia si affida a questi monaci e alle loro preghiere. San Giovanni potrebbe diventare una zona franca e un luogo in cui possono essere sgretolate i luoghi comuni su una grande comunità integrata da decenni nel nostro tessuto sociale. Un restauro, quindi che non è solo un atto dovuto all’arte ma un estremo tentativo di salvaguardare dalle aggressioni culturali del nostro consumismo e capitalismo un mondo a noi molto vicino. Ecco allora che Bivongi diventa oltre che borgo della longevità anche opportunità di integrazione con quella parte d’Europa forse per troppo tempo lasciato ai margini della nostra cronaca quotidiana.

 

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