Distanziamento sociale

Da oggi, 29 aprile, la Calabria ha la porta di casa semi aperta. Il bar sotto casa ancora non ha aperto ma presto lo farà. I tavoli verranno messi fuori seguendo i consigli di Jole e finalmente il registratore di cassa con il termo scanner incorporato emetterà il suo scontrino. Il sindaco del paese invece dice che tutto resta fermo al 26 aprile e che la delibera di Jole a sud del Beltrame non è valida. Qualcuno vorrebbe iniziare a piantare ombrelloni ma dovrà lottare quest’anno con il temuto distanziamento sociale e, come sempre, con la furia degli elementi. Alcuni imprenditori del sole hanno poca sabbia su cui piantare le ombre e, nonostante ciò, la distanza per legge deve essere rispettata.

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Le mascherine vengono distribuite ai pensionati gratuitamente porta a porta ma per chi ancora si affanna a raggiungerla la condizione di pensionato, i costi delle protezioni sono fuori budget. In compenso risparmiamo su i guanti monouso oramai presenti in quasi tutti i negozi di generi alimentari. In tutto ciò la vita continua malgrado il Covid 19. Gli acciacchi sono lì, momentaneamente nascosti e quando fanno capolino, fra una mascherina e un comunicato della Santelli da Barbara D’Urso, diventa nuovamente necessario bussare alla porte della sanità. Prenotare un esame diagnostico importante, determinante direi, diventa un terno al lotto. La sanità calabrese, strozzata dal costo delle siringhe, non è in ottima salute e sorge spontaneo chiedersi se possa sopportare oggi un mancato distanziamento sociale dettato da un apertura basata sulla fiducia che la governatrice ha dei calabresi.

Questa capacità di distanziarci è un obbiettivo raggiungibile? Lo è per tutti? Il dubbio non è tanto sulla capacità degli umani ad autoregolarsi ma sulla capacità che le istituzioni hanno nel gestire questo stato di disagio economico che la pandemia ha provocato nei settori sociali e produttivi. Le intenzioni di chi instilla giornalmente il dubbio, la paura e al contempo delinea il confine tra «normalità» ed «eccezione» sposta questo stesso limite dal pro tempore allo stato definitivo. Sembra quasi scontato che si debba convivere con mascherine e guanti per un tempo indefinito perché ad oggi non c’è nessuna certezza se non l’isolamento come unica prescrizione contro il virus. Ed ancora, queste forzature a chi giovano? Il tira e molla di questi ultimi giorni della governatrice neo eletta lascia veramente sconcertati.

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La politica futura, la politica del dopo, di fronte a un’emergenza, si interrogherà sistematicamente sul se dichiarare un lockdown o meno? Strano però sembra che alcuni settori non lo abbiano proprio sfiorato il lockdown. Mi riferisco al settore delle telecomunicazioni, della logistica,  della «sicurezza» cioè  tutte quelle fabbriche che hanno fornito continuamente armi da guerra a mezzo mondo. Non un solo giorno di chiusura. Non uno.  Tutto oramai scorre più velocemente sulle piattaforme digitale consigliate dallo stesso stato. Amazon continua a vendere. Google continua a vendere. Microsoft continua a vendere. Le autostrade digitali sono inarrestabili e indispensabili anche per mappare lo stato di salute della persona che incontro per strada. A giorni saremo invitati  a scaricare la App regina della fase 2. Esiste una bozza di decreto  per questa applicazione che avrà il compito di monitorare nuovi possibili contagi. Garantiscono nessuna geo localizzazione e la cancellazione dei dati a dicembre. Ci fidiamo? D’altronde abbiamo dato il culo a Zuckerberg perché non darlo all’italico maschio di governo?

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